I Giochi del Tricolore, un evento socialmente utile

17 agosto 2009 Commenta

giochi_tricolore_logo_squareNel comitato promotore dei Giochi internazionali giovanili del Tricolore figura anche la Fondazione per lo Sport, ente istituito dal Comune di Reggio nel gennaio 2008. In precedenza era il Servizio Sport, un assessorato di tipo tradizionale, il gestore degli impianti, il promotore degli eventi sportivi e l’erogatore dei contributi. La costituzione della Fondazione, ente senza scopo di lucro, è stata un punto di svolta: prevista nella formula “in partecipazione”, prevede un patrimonio vincolato a uno scopo, con possibilità di adesioni successive all’atto di costituzione.

I soci possono conferire non solo risorse finanziarie, ma anche lavoro volontario, donazioni di beni materiali o immateriali, prestazioni di servizi, attribuzioni gratuite di diritto d’uso su beni. Non sono indispensabili i soldi per essere partecipi della Fondazione, basta condividerne le finalità. Dopo un anno, oltre a Coni, Csi e Uisp, erano ben settanta le società sportive aderenti; a luglio 2009 sono diventate settantacinque. L’Assessorato allo Sport permane, ma con compiti residuali, ad esempio la gestione della piscina Melato, impianto del Comune che necessita di lavori di ristrutturazione.

Direttore della Fondazione per lo Sport è Domenico Savino, già funzionario del Servizio Sport, con il quale affrontiamo un primo bilancio, a venti mesi dalla delibera quasi plebiscitaria che accompagnò la nascita della Fondazione: due soli consiglieri votarono contro, il resto dell’opposizione si astenne.
“Il giudizio è positivo sia sul fronte delle adesioni dei partecipati, in progressivo aumento, sia su quello economico. Abbiamo ridotto di circa 100 mila euro il disavanzo di gestione 2009, nel contempo migliorando i servizi erogati. Altrettanto dovrebbe riuscirci nel 2010. Chi ci guardava con sospetto ha minori timori, chi ragionava di una ‘privatizzazione selvaggia’ ha dovuto prendere atto che siamo un’espressione di socializzazione”.

La Fondazione ha una durata prestabilita, una scadenza?
“No davvero, l’augurio è che duri il più a lungo possibile. Le uniche scadenze riguardano una prima data, che è occasione di semplice verifica. Il Comune ha conferito gli impianti sino al 2015, ma noi ci aspettiamo di andare ben oltre, nel tempo”.

Veniamo ai Giochi del Tricolore, gloria e vanto della città e del territorio reggiano. La Fondazione come vi partecipa?
“Su delega specifica. Il Comune fa parte del Comitato Promotore dei Giochi ma ha delegato noi e Reggio nel Mondo s.r.l., la società che si occupa dei gemellaggi con le realtà straniere, a rappresentarlo. Con una delibera di Giunta”.

Non pochi sono convinti che i Giochi, in quanto espressione di sport genuino, concorrano in modo significativo all’integrazione non soltanto con chi verrà da lontano ma anche di coloro, extracomunitari, che a Reggio risiedono da pochi anni e hanno magari difficoltà a inserirsi nel tessuto della città.
“Il dato immigrazione non è nuovo qui da noi. Qualsiasi gruppo di immigrati, non importa da dove, tende a isolarsi. E’ capitato all’inizio anche con i cutresi, le persone che hanno concorso a costruire Reggio in anni lontani”.

Cutresi sta per…
“Nativi di Cutro, in Calabria, territorio dal quale sono venuti in massa i muratori che hanno riedificato Reggio. Anche loro sono stati accompagnati per anni da qualche diffidenza e pregiudizio. Oggi invece Reggio Emilia considera Cutro un po’ parte di sé. Alla fine però contano i soli fatti a Reggio, e questi dicono che solo i fenomeni di delinquenza, spesso dovuti a cause sociali, rallentano la reciproca accettazione. Una saggia politica di sicurezza e d’integrazione richiede piccoli passi. E li stiamo facendo”.

La scuola assume un ruolo primario nella condivisione. Ma la frequentano i figli degli immigrati, quelli che parteciperanno, da atleti, anche ai Giochi del Tricolore?
“A me risulta che ci vadano, c’è a scuola una forte presenza di figli di una recentissima immigrazione. E questo serve a ridimensionare anche le pretese esclusiviste di alcuni viziati ragazzotti che a Reggio pensano di essere chissà che”.

Lei si riferisce a fenomeni di bullismo?
“Niente di particolare, qualche episodio è finito sui giornali, vorrei solo andare oltre queste miserie. Lo sport è fatto su misura per superare qualunque differenza di razza, di lingua, di cultura. Lo sport che piace a noi, non il ‘campionismo’!”

I Giochi del Tricolore, insomma, come metafora di un fonte battesimale?
“Non hanno certo questa pretesa, ma non sarebbe male se contribuissero a rieducare anche molti cosiddetti sportivi, gente che magari predica bene, ma poi razzola maluccio. Eviteremmo alcune scene d’isterismo, visto sui campi di periferia in ogni disciplina, da parte di genitori, figli e… presunti allenatori/educatori”.

Ai Giochi sono mai accaduti episodi disdicevoli come quelli cui lei si riferisce?
“Per fortuna no, niente di cui vergognarsi. Di buonissimo c’è che chi partecipa subisce l’aria… buona del territorio. L’educazione parte dall’alto e poi si diffonde. Noi a Reggio siamo professionisti della partecipazione, ci piace condividere esperienze, vivere lo spirito comunitario, nel senso del Comune, della comunità, prima che dell’Europa, alla quale in ogni caso teniamo”.

Cos’ha provato in passato al termine dei Giochi?
“Questa è la mia prima volta ai Giochi. Ma chi c’era parla di una grande stanchezza, di altrettanta felicità e di una… incomprensibile voglia di ricominciare. Non a caso diamo a tutti un arrivederci alla prossima”.