Una buona idea destinata a fare… scuola

20 luglio 2009 Commenta

reverberi_william245Come nacquero i Giochi del Tricolore è presto detto: mi fu usata bonaria … violenza da parte di due grandi amici. Uno è Anzio Arati, dirigente sportivo reggiano, l’altro il povero Adriano Roccatagliati, funzionario del Comune. Vennero a trovarmi in ufficio al Coni esponendo l’idea di una grande manifestazione giovanile che coinvolgesse le molte località straniere gemellate con Reggio o i Comuni della Provincia. Mi dissero: facciamo un’Olimpiade giovanile, ti va? Li guardai perplesso ma facevano tremendamente sul serio. Mi convinsero, partimmo per la prima avventura, in calendario otto mesi dopo, nel 1997″: esordisce così William Reverberi, collaudato uomo di sport, trascorsi importanti nella pallavolo, 25 anni alla guida del Coni provinciale di Reggio, da tre “legislature” presidente Coni Emilia Romagna. Uno della prima ora, uno che c’era.A seguire, cosa accadde, Reverberi?
“Successe di tutto, fra entusiasmi e preoccupazioni, perché tra il dire e il fare ci fu un mare di problemi. Grandissimi furono subito i volontari, trecento all’esordio. Ci sembravano un’infinità, ora sono tre volte di più. Oltre ai nostri, a quelli del mondo sportivo, prestarono la loro opera i vigili del fuoco, gli alpini, la protezione civile. Tutta gente che ha continuato ad assisterci. Nell’edizione del debutto e in quelle a seguire, straordinario è stato l’apporto del prefetto e del questore. Perché i problemi legati all’ordine pubblico mai ci avevano sfiorato e loro ci diedero tutti gli strumenti per operare, con grande comprensione. Ogni tanto siamo apparsi un po’ dilettanteschi, nei modi. Simpatici, volenterosi ma un po’improvvisati. Pensi alle presenze di giovani atleti israeliani e palestinesi che da noi si sono confrontati nel 2005, non senza apprensione delle autorità.

Nulla vi ha sconcertato, mai avete pensato a un compito troppo gravoso?
“In tutta sincerità l’etichetta di Olimpiade giovanile che il Coni nazionale e poi il Cio ci aveva riconosciuto per le prime due edizioni ci inorgogliva. Quando, nel 2005, in vista delle Olimpiadi invernali in Italia, ci fu detto che il termine Olimpiade, di proprietà del Cio, andava escluso, che si doveva ricorrere ad altro, quando ci imposero la parola Giochi, ci restammo male ma eravamo già andati oltre il punto di non ritorno”.

Vista la sincerità, qualche rammarico le è rimasto?
Nonostante gli obiettivi che abbiamo raggiunto, l’internazionalità riconosciuta, la presenza di 5.000 giovanissimi coinvolti in cinque giorni di gare, di cui 1.500 stranieri, la possibilità quindi di aggregare, di solidarizzare, di integrarsi attraverso lo sport, m’ero illuso che i Giochi del Tricolore potessero diventare una delle 3-4 manifestazioni nazionali benedette dal Coni. Così non è, perlomeno non è ancora.

Cosa manca, a suo avviso, in questo percorso?
Un maggior coinvolgimento della scuola, a livello nazionale. E la possibilità di schierare comunità lontane dal nostro territorio. Intendo quelle italiane. Io li vedo come Giochi che si aprano a rappresentative regionali o comunali, con delegazioni che schierino i gonfaloni comunali, sia italiani sia stranieri. I Giochi delle Comunità. La cerimonia di apertura, che permarrà anche in futuro, potrebbe aprirsi a soluzioni più di campanile, com’è nella natura del nostro Paese. E gli esponenti a livello nazionale della scuola ci possono dare una mano”.

Il vero nodo da sciogliere, secondo lei?
“L’idea di sport basato, al momento, sul campionismo e il denaro. Un modello che non regge. Una piccola considerazione: se lo sport è soltanto successo e denaro, consideri la percentuale irrisoria di coloro che ce la fanno. Fabbrichiamo, nostro malgrado, una generazione di delusi, di inadeguati, quando non alimentiamo le scorciatoie. Il doping non è problema di poco conto. Visto che noi ci proponiamo come educatori, dobbiamo tornare al passato in maniera intelligente. Lo sport è confronto leale, in questo i Giochi del Tricolore sono un piccolo, importante mattone per costruire l’edificio dello sport in senso moderno”.

Altri problemi, invece risolti?
“L’agonismo, che all’inizio poco ci coinvolgeva. Non pensammo alle medaglie, nella prima edizione, e ci fu molto rammarico, soprattutto dai Paesi dell’Est Europa, che ci tenevano moltissimo. Nel tempo, oltre ai momenti di socializzazione, abbiamo affinato i momenti tecnico-agonistici. Cerchiamo anche la qualità, non il solo numero”.

Un grande successo, a suo avviso?
“La condivisione con gli enti di propaganda, in una logica che altrove non attecchisce, ma a Reggio funziona. La collaborazione con Uisp e Csi è un fatto rilevante, per il bene comune ci si aggrega senza fatica. Ai Giochi del Tricolore vince Reggio e la reggianità, non un singolo. Stiamo facendo molto anche per integrare giovani di colore, anche musulmani, che vivono a Reggio e dintorni. Occorre che competano anche loro, che non si sentano estranei ai Giochi. Dobbiamo evitare i ghetti nelle nostre città”.

Un suo sogno?
“Che l’evento sia inserito in un calendario internazionale, a costo di mantenere la sola paternità e non la gestione di retta dell’evento.
Una sua ambizione, compatibile con la realtà?
“Che si riesca per tempo, nella settimana dei Giochi, a intitolare un impianto di Reggio ad Adriano Roccatagliati, l’amico di cui le dicevo. Gli dobbiamo un riconoscimento per quello che ha fatto in tanti anni, non per i soli Giochi del Tricolore”.